"Homo Deus: Breve storia del futuro" di Yuval Noah Harari

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Harari parte da una constatazione: l'umanità ha sostanzialmente vinto le tre grandi piaghe storiche — carestia, pestilenza e guerra. Non che siano scomparse, ma non sono più forze incontrollabili della natura; sono diventate problemi gestibili. E allora la domanda diventa: cosa farà l'umanità nel XXI secolo con tutto questo potere? La risposta di Harari è che l'uomo punterà a tre obiettivi: l'immortalità (o almeno l'a-mortalità), la felicità permanente e l'acquisizione di poteri divini — da Homo sapiens a Homo deus. Ma il percorso verso questi obiettivi potrebbe paradossalmente portare alla fine dell'umanesimo come lo conosciamo. Il cuore del libro è la tesi che il "dataismo" — la religione dei dati — stia sostituendo l'umanesimo come narrativa dominante. Se tutto è riducibile a flussi di informazione, e se gli algoritmi possono elaborare questi flussi meglio di noi, allora il libero arbitrio e l'individualità umana perdono il loro status speciale. Harari descrive un futuro in cui l'intelligenza si disaccoppia dalla coscienza: avremo sistemi enormemente intelligenti ma privi di qualsiasi esperienza soggettiva. E questo è il punto critico — se l'intelligenza è tutto ciò che conta, gli esseri umani diventano economicamente e militarmente irrilevanti. Harari non dice che questo futuro sia inevitabile, ma avverte che le scelte che stiamo facendo ora ci stanno portando in quella direzione, spesso senza che ce ne rendiamo conto.

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